Protetto: La fine delle vacanze

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Protetto: Finisce l’anno 1945 – Inizia il 1946

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Protetto: Santo Stefano – 26 dicembre, mercoledì

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Protetto: Natale, finalmente – 25 dicembre, martedì

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Protetto: La Vigilia – 24 dicembre, lunedì

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Protetto: Ancora in viaggio e l’Arrivo – 23 dicembre, domenica

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Protetto: Il viaggio – 22 dicembre, sabato

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Protetto: L’organizzazione

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Protetto: Un Natale indimenticabile, Natale 1945

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5° – Storia della Tribù Natura Picchio Verde – 1949 . . . Dal Campo San Giorgio di Monza alla Torre dell’Autostrada

STORIA DELLA  TRIBÙ NATURA PICCHIO VERDE 
(come la ricordo io, Paolo Poloni – totem: Harakiri)

Vi spiego, come ho ricostruito quei tempi, sia pur con qualche imprecisione, buchi e lacune. Mi sono basato sui miei ricordi e sui racconti che, allora, sentivo dalla viva voce dei “fondatori”.  Ricordi “rinfrescati” nell’ultimo anno grazie alle conversazioni telefoniche con Mario (Camoscio Gentile) e Sandro (Shere Khan).

Cliccando qua, trovate la primaqui la seconda  qua, la terza e qua la quarta parte

23- 24 – aprile  – 1949
Il nostro lavoro, per allestire  la Rassegna  Natura, fu ampiamente ripagato dal consenso che ebbe il nostro Stand , sia dalla popolazione di Monza, che visitò con grande interesse la Rassega Rover in generale, soffermandosi, anche solo per curiosità nello Stand Natura, chiedendoci spiegazioni  sul nostro metodo di lavoro. Restammo piacevolmente sorpresi  per l’afflusso dei visitatori. Dovemmo rivedere i nostri orari, in quanto la Rassegna venne tenuta aperta anche alla sera, fino alle 23. Costatammo che Capi Riparto e i Capo Clan, ci soffermarono volentieri al nostra esposizione. Avemmo la soddisfazione di spiegare il nostro intento suscitando il loro interesse. Fummo  compresi e si creò una interessante corrispondenza con vari Capi, che si consolidò dopo il campo. Vedemmo crescere attività “Natura” in varie realtà Rover sparse nella zona lombarda. Aiutammo, nel modo che potevamo, la nascita di tante piccole “Tribù Natura.  La nostra pubblicazione delle “ Vie del Cielo” incontrò il meritato successo, che ci gratificò per l’accoglienze che non ci aspettavamo e per il consistente impulso economico che diede alla nostre dissestate finanze. Posso dirlo ancora oggi , da vecchio “Dinosauro”, in compagnia dei sopravvissuti che mi compiaccio di elencare : Mario Rota e Sandro Tavecchi , che fu una avventura che non dimenticammo mai.   Fummo completamente assorbiti nel nostro impegno, e restò per parecchi tempo,  nella nostra memoria collettivo.
Riallacciammo i nostri contatti con la pubblicazione associativa,  “ L’ESPLORATORE”, del Comitato centrale di Roma.  Avemmo così la possibilità rinnovare, la nostra collaborazione e di inviare una serie di articoli di “astronomia”. La nostra pubblicazione sulle stelle ebbe una nuova edizione, che inviavamo con piacere, alle  varie branche Rover d’Italia e ai singoli Rover  che ce la chiesero.  Fu un piacevole scambio di informazione, che ci arricchì di una esperienza inaspettata.  L’ultima sera del  Campo, mentre si chiudeva con il “Grande fuoco”  Noi quattro, affiancati da LeBi, restammo di servizio all’Arengario. L’afflusso dei visitatori fu notevole e tra le tante persone, che si soffermarono al nostro Stand, avemmo il piacere di avere, come visitatore, il Capo Rover del Comitato di Londra, in visita in Italia, ospite a Milano, del Commissariato della Lombardia,. Fu un incontro estemporaneo, quasi amichevole. Spiegammo, con PINO (Spiga Verde), che si destreggiò in un inglese “maccheronico”, la scopo della nostra iniziativa, illustrammo i reperti “natura” in esposizione. Mostrammo le foto dei ritrovamenti delle caverne e grotte del nostro Territorio di Caccia. e riuscimmo a farci comprendere. Lo si omaggiò della nostra pubblicazione stellare, rammaricandoci, solo dopo, di non aver potuto fargli firmare, la nostra “Historia”, rimasta a Bergamo.
Poi fu la notte di chiusura.  Quella nostra notte, mentre tutti  il campo dormiva, si prolungò, con un piccolo fuoco di “bivacco” attorno al Grande Fuoco quasi spento. Salutammo  gli amici Rover che avevamo conosciuti in quei tre magnifici giorni e che ci avevano prestato il loro aiuto fraterno. Facemmo con loro, un breve bilancio della nostra attività, e ci lasciammo promettendoci di rincontrarci al San Giorgio del 1950 , il primo Anno Santo, che avrebbe rivisto gli Rover, dopo tanti anni di clandestinità.
il 25-aptile 1949.    Smontato  il campo, ci recammo all’ Arengario a chiudere il nostro Stand.  Imballammo tutto, lo sistemammo su un automezzo furgonato, gentilmente messo a nostra disposizione dal Commissariato della nostra Zona, che lo trasportò fino alla nostra sede, a Bergamo.
Oramai si era fatto sera e restava solo il problema del rientro. Ci recammo alla stazione e LeBi riuscì a commuovere il cuore di un funzionario delle Ferrovie Italiane, che chiudendo tutti e due gli occhi ci permise di caricare le nostre biciclette sul carro bestiame dove era in bella evidenza un cartello: “Cavalli 12 – Uomini 60”.
Fummo fortunati, Gli uomini (e le donne) erano solo un trentina, più noi cinque. Allietammo il viaggio dei nostro compagni, con canti di montagna e con i canti Rover. Fu uno strano fuoco di bivacco, senza fuoco, su un carro bestiame, nella notte del nostro rientro. Fu un piacevole rientro e restava solo il rimpianto che il “San Giorgio” fosse durato così poco. Quelle 96 ore vissute così intensamente volarono senza che ce ne rendessimo conto.
Il Campo di Monza lo colloco al centro della mia vita Rover, con l’esperienza da “Esploratore” come Capo Squadriglia Tecnica, al Campo Scuola di Colico, nell’anno del Jamboree del ’49, in Francia.

26-aprile – 1949   Restammo inattivi per tutta la settimana, nessun Consiglio del Boschi. Troppo stanchi e frastornati. Ci riunimmo di nuovo, al solito mercoledì, in Sede della Tribù. Fu fatta la verifica del campo che tutti trovarono positiva. Si lavorò per la sistemazione del materiali ritirati dalla mostra del Arengario. Il lavoro si protrasse ‘per quasi tutto il mese di Maggio. Un solo, avvenimento di una certa, importanza ci distrasse dal nostro impegno di lavori di riordino

7 maggio 1949 – Visita nella nostra sede di Padre Ruggi d’Aragona O.P., Responsabile Nazionale della branca Rover. Fu in evento determinante. Avevamo in sede Padre RUGGI D’ARAGONA,  non fu una cosa da poco. Ci intrattenne con un colloquio cordiale, fraterno e ci espresse il suo compiacimento per la mostra di Monza. Ci promise il proprio interessamento per risolvere il nostro “stato” giuridico, presso il Comitato Centrale di Roma, ci rinnovò la propria richiesta di collaborazione per le due pubblicazioni scout: “L’Esploratore” e  “R-S Servire” al fine di sensibilizzare Lupetti, Esploratori e Rover a intraprendere, con maggior impegno la scoperta delle bellezze della natura, ricordando l’impegno Rover della “ Scoperta di Dio attraverso la natura, da Lui creata”.
Dopo un Nutrimento dello Spirito”,   pensammo bene di dedicare, un po’ di tempo, al prosaico “ Nutrimento del Corpo con allegria brindando al nostro futuro.  Chiudemmo la serata consegnando a Padre Ruggi il nostro modesto contributo, per i suoi spostamenti. Ci gratificò con in suo pensiero, iscritto nella nostra “Vera Historia”. Fu una visita che ci spronò a percorrere gioiosamente, e con determinazione, la strada che avevamo intrapreso.

Si ripresero  gli incontri del mercoledì. Nei vari “ Consiglio dei Boschi ” che ne seguirono, fissammo l’obbiettivo di esplorazione, delle grotte e caverne del nostro “Territorio di caccia”. Ci prefiggemmo  di portare a termine il lavoro già avviato. Volevamo “chiudere l’impresa”, per prepararci alla partecipazione al Campo della Corona Ferrea” a Monza.

Approfittai fi quel periodo per farmi raccontare, le scoperte che avevano fatto,  prima del mio ingresso nella Tribù. Fu Pino Fegnani, “Spiga Verde” (un “Totem” che bene gli si addiceva), a mettermi al corrente del lavoro già fatto.  Pino era il “Custode” degli insetti e dei piccoli animali del bosco. Con una voce calda e paziente, rispose alle “stupide” domande che gli ponevo. Mi raccontò della decisione presa  da Sandro di esplorare i “buchi” che salendo da Albino, il paese di fondo valle, per raggiungere il “Territorio di Caccia.” si intravedevano sul dorsale destro della valle Albina. Un’attività a cui avevo partecipato anch’io . . .

Accantonate le biciclette (con cui eravamo arrivati da Bergamo) presso un oste di Albino, nostro conoscente, si percorreva il sentiero del fondo valle.  Il piccolo corso d’acqua ci faceva di compagno e guida, con il suo scrosciare, giacché il “sentiero”era poco più di una pista. Di notte la mulattiera non era molto visibile. Superavamo il dislivello che separava la città di Albino, situato a metri 319 sm alla frazione di Ama, 960 sm, nel comune di Aviatico, una manciata di case dove avevamo situato il nostro “territorio di Caccia”. Come sempre, il Parroco di Ama (poche case di montanari intorno alla chiesa)  ci ospitò in un  accantonamento nelle canonica.  Eravamo conosciuti e bene accettati, come abitanti onorari della frazione, anche nelle varie frazioni che componevano l’insieme del paese di Aviatico: Ama, Amora e Ganda.

Lì avevamo organizzato la nostra prima B.A. natalizia, occasione in cui la nominammo capitale del nostro territorio di caccia”.

 Nelle prime esplorazione effettuate dai FA NA furono individuate delle grotte interessanti e in una, il “Bus de la Scabla”, Sandro, scavando il terreno per approntare un fuoco che  rischiarasse la caverna, si imbatte in un reperto che sembrava, a prima vista,un manufatto di terracotta, opera della mano dell’uomo. La cosa incuriosì Sandro e Pino che decisero di approfondire l’esplorazione. Pino mi spiegò che, dopo la decisione del Consiglio dei Boschi di programmare “Uscite” di fine settimana apposta per continuare l’esplorazione, si accorsero che non erano ancora adeguatamente attrezzati per la speleologia. Si avviò un lavoro alla “Garibaldina” e gli scavi iniziarono subito a farsi interessanti.
All’inizio furono trovate solo ossa fossili, ma non si scoraggiarono. Si continuò  la ricerca, sperando in un po’ di fortuna. E la fortuna sorrise a quegli appassionati archeologi dilettanti.  Pino mi raccontò l’emozione di quando, lui e Sandro, trovarono un teschio umano, a un palmo dalla superficie, sul luogo in cui avevano dormito tutta la notte. Pino Segnò con il nerofumo di un tizzone, la volta della caverna, sopra il punto in cui trovarono il teschio. Il teschio, si chiesero,  apparteneva forse a uno scheletro formato dalle ossa precedentemente ritrovate?

In un altra occasione, partecipai anch’io . . . eravamo in attesa di Sandro e Mario, che avevano assicurato il loro arrivo nel tardo pomeriggio. Pino ed io ci dedicammo all’esplorazione  del fitto sottobosco circostante, alla ricerca di nuovi eventuali anfratti o caverne.  Non trovammo nulla, Pino decise di spostarci verso il luogo dell’appuntamento con gli amici, zaino in spalla, ci avviammo al il luogo dell’appuntamento, fissato al  “Paradis di Asegn  un’altra delle molte grotte della Valle Albina.

Quando fummo sul posto, Mario e Sandro non erano ancora arrivati. Pino mi fece entrare nella grotta e mi mostrò i segni delle attività umana. Le persone che l’avevano usata come luogo di sosta o di guardia, avevano scavato sul fianco della grotta, un camminamento lungo una decina di metri che finiva su di una  piazzola erbosa. Salendo dei gradini, appena abbozzati, si raggiungeva un comodo posto di avvistamento. Il vano ricavato nel fianco delle grotta, aveva la forma di un comodo sedile. Da quella posizione, si dominava tutta la valle. La Grotta era situata a circa metà del percorso. L’occhio spaziava dall’inizio alla fine della mulattiera, che collegava Albino a Selvino.  Lo spettacolo era una meraviglia, ci sedemmo anche noi, come gli antichi abitanti della zona, aspettando di vedere salire gli amici.  Arrivarono, in perfetta divisa, sbucando dal sottobosco della mulattiera. Lo zaino sulle  spalle, con il classico passo montanaro, Mario e Sandro salivano, a testa bassa,  sotto il sole al tramonto. Io e Pino preparammo l’accoglienza. Stendemmo per terra un telo delle vecchie tende militari a mo’ di tovaglia. Si usava mangiare la cena presto così da poter avere del tempo a disposizione, per una chiacchierata o sul metodo scout o con LeBi per un approfondimento spirituale. A volte si optava per un piccolo “Fuoco di Bivacco”, al solo scopo di cantare e chiacchierare, tra noi in allegria. Erano  serate costruttive. Parlavamo e discutevamo di tutto e su tutto. Si chiacchierava  della nostra vita, dei nostri sogni, le mete da raggiungere nel nostro futuro, come Rover e come persone. Il tutto “condito” da tanta sana allegria . Scrivo questo perché non desidero dai miei racconti, si possa ricavarne una impressione sbagliata di noi  Fa.Na.  Eravamo quattro Rovere, allo stato brado, all’insegna del mitico motto, “Uno per tutti, tutti per uno”. Dividevamo tutto, (o quasi). Lavoro, fatica, cibo, sigarette,  allegria e . . . i baci alla “Maddalena”. 
Non fatevi dei pensieri strani, se non conoscete la maddalena ve la faccio conoscer io, era una bella bottiglia, di solito riempita di vino o grappa (a scopo terapeutico, contro il freddo della notte), durante queste nostre serate, fra un discorso e l’altro , prima o dopo una canzone, ci facevamo un sorso . . . e questi sorsi erano chiamati (da noi, giovani adolescenti del dopoguerra, costretti a crescere in fretta) “baci”!
Tutte quelle sere attorno al  fuoco, sono i ricordi più vivi nella mia memori.  Tappe determinanti della mia formazione. dove si alternano momenti di allegria, momenti di riflessione indimenticabili.

25-26  – Maggio – 1949
Durante il campo di Monza, don Aceti, l’A.E. del mitico Milano 4° manifesto il desiderio di effettuare una uscita dell’Alta Squadriglia, nel nostro territorio di Caccia. Decidemmo di ospitarli per la fine di maggio, data da stabilirsi. L’incontro avvenne nei giorni 25-26 maggio. Fu un incontro da considerasi epocale. Don Aceti porto i C.Sq.  fino ad Albino. Noi, di poco più vecchi, li aspettavamo alla Stazione e li guidammo, lungo la mulattiera del fondo valle, fino alla grotta del Paradis di Asegn. Sandro e Pini, avevano predisposto il programma d’accoglienza. All’imbocco della grotta era pronto il posto per la cena. Avevano preparato un risotto per i C.Sq. (niente male, Pino era un cuoco provetto.)  Approntato la legna per il Fuoco di Bivacco all’ingresso della grotta. L’aria era fresca, quasi fredda, avevamo pensato di bivaccare al coperto, fumo permettendo. Dopo i primi canti, iniziammo e spiegare ai fratelli scout milanesi i segreti della Natura, il come e il perché avevamo deciso di creare la Tribù del Picchio verde. Poi don Aceti ci interrogò su certi misteri della natura. Mise in imbarazzo l’auditorio con una semplice domanda, che ricordo, perché fu un pensiero folgorante. Nessuno di noi non aveva mai pensato in quel modo. Don Aceti chiese che senso, e che funzione avesse la grandine, perché il Creatore avesse inserito nella  stupenda simmetria della natura un fenomeno natura le così cosi devastante per le piante e le gemme e per i fiori, per tutte le forme vegetali, distrutte e deteriorate dal fenomeno “grandine” Che senso aveva? Era solo una  anomalia o peggio? Fu Pino, la “Spiga verde” che sbalordì tutti, e fece sorridere don Aceti, con un commento che non ho mai dimenticato.  “Il granello di grandine, rompe la ciliegia matura, che marcirà. Questo potrà dare, a qualche insetto,  il modo di poter deporre delle uova, per continuare la propria funzione, nel grande disegno della natura. Cosi, da un evento, in apparenza traumatico e senza nessun vantaggio, può nascere, qualcosa che si inserirà, nel ciclo della catena della vita.  Dopo un attimo di silenzio, fu don Aceti a romperlo, con il suo commento. «Non avevo mai pensato in questa ottica. Hai ragione, grazie, ho imparato qualcosa di nuovo, anche oggi.» E intonò un canto per concludere il “Fuoco”.  Ma la serata non era ancora finita. Avevamo preparato una “Veglia alle stelle” degna dei nostri ospiti. Il cielo era terso e senza chiarori che disturbassero il buio. Le stelle brillavano nell’aria primaverile e le costellazioni spiccavano sul nero dell’universo. La Via Lattea era un fiume di stelle, e passammo un ora di vero piacere astronomico. Individuammo le principali costellazioni della stagione. Chiudemmo il “Bivacco” al canto del Salve Regina, secondo la tradizione della “Tribù”l
La sveglia la fece il sole, che illuminò la grotta, al mattino presto. Avevamo un programma intenso. Iniziammo con una dimostrazione pratica dello studio della flora del territorio. Metodo per la catalogazione della flora, nelle varie zone del territorio di caccia, con Pino Fagnani. Bosco, sottobosco, tipologia di piante e cespugli. Erbe mangerecce spontanee, fiori, tipo di terreno, le coltivazioni di ortaggi e granaglie, della frutta di montagna, presente nella economia dei valligiani. Per passare poi, con Mario Rota, alla fauna selvatica e di pastorizia. Mario fece una dimostrazione pratica per riconoscere, gli uccelli dal loro modo di volare. Mostrò le schede didattiche, da approntare per le varie specie di volatili. Le piume, del petto del dorso e delle ali dell’uccello che si stava studiando. Tipo di nido, tempo della covata, forma delle uova. Utilità dei volatili, nel contesto in cui vivevano. Terminammo spiegando la tecnica di scavo, per l’individuazione di reperti fossili, minerali, e dei segni della presenza di antichi insediamenti umani, punte di frecce, monete cocci di vasellame d’argilla. Per finire, andammo al Bus de la Scabla. Mostrammo loro, dove avevamo ritrovato i resti umani di un corpo sepolto nella grotta. Fu una mattinata intensa, li portammo nel territorio “delle talpe”. Si trattava di un pascolo infestato dalle talpe. Era costellato da mucchietti di terra  che permettevano alle talpe di uscire di notte dai cunicoli scavati sotto il prato, in essi si potevano trovare i cristalli di quarzo, singoli o multipli, portati in superficie dai piccoli roditori. Quando nel pomeriggio ripartirono, avevano raccolto quanto bastava, per ricordare per sempre quella “Uscita” con la Tribù Natura del Piccchio Verde.  Mario li guidò sul sentiero di fondo valle, fino ad Albino. Noi dalla grotta li salutammo accompagnandoli nella discesa con il “Canto dell’Addio”. Restammo in contatto con gli Rover del Milano 4° per parecchio tempo, scambiandoci esperienze sui nostri e loro progressi nel campo della natura.

28 giugno 1949
Poi,  fu il fatidico giorno delle “Veglia alle Stelle” che segno la storia della Tribù.  Fu a metà febbraio che, in un Consiglio dei Boschi, proposi di dedicare una sere al mese, allo studio delle stelle. Dovevamo controllare gli allineamenti delle stelle e la loro somiglianza, al nostro lavoro (“le vie del Cielo”). La decisione fu unanime, si fissò la serata alla luna nuova, momento del massimo buio in cielo, per aver la possibilità di vedere meglio le stelle, nel loro splendore. Furono distribuiti i lavori, Mario ed io fummo incaricati a trovato il luogo, un po’ rialzato, fuori città, ma possibilmente poco lontano e raggiungibile anche a piedi. Sandro la logistica, carta per appunti, torce elettriche, materiale per traguardare gli allineamenti.  A Pino toccò l’approvvigionamento dei cannocchiali e un cavalletto per appoggiare, almeno uno degli strumenti. Quando tutto fu pronto, facemmo un soppraluogo diurno alla località che avevamo individuato.  Sorgeva, allora, oltre la periferia di Bergamo, sull’autostrada Milano–Brescia, allo svincolo per la città. Si trattava della Torre dei Venti, eretta nel centro della rotatoria dello svincolo autostradale. Progettata dal arch. A. Bergonzo, la torre, alta  40 metri, si elevava nel comune di Colognola al Piano, confinante alla periferia della città. Raggiungibile a piedi, dalle nostre abitazioni. La Torre, a forma ottagonale iniziata nel 1940, poi fermata a causa dell’ inizio della guerre era l’ideale per una veglia notturna.. Si raggiungeva la cima, piatta, sormontata da un tronco di cono, con un camminamento che ci permetteva di girare su tutti i lati,  discretamente sicuri. Era l’ideale, dopo il soppraluogo decidemmo di ritornare di sera per salirvi, e controllare la visibilità del firmamento. Alla cima della torre si accedeva tramite una scala “a pioli” con i gradini di ferro infissi nella parete. E venne la luna nuova di febbraio, che cadeva il 28, di domenica. Decidemmo che fosse di buon augurio. La serata servì per affinare le procedure, decidere quello che ci mancava e quello che era superfluo. Per il resto, tutto si volse in modo perfetto. La seconda veglia, quella di marzo, il cielo era nuvoloso. La quarta, subito dopo il Campo di Monza, la ricordo bene perché quella sera invitammo un amico del Bg 6°  a unirsi a noi.  Era un po’ che si interessava alla nostra attività, e fummo contenti quando accettò il nostri invito. Nel mese di maggio dedicammo due sere, alla veglia notturna, volevamo terminare il ciclo primaverile in attesa della prima luna nuova estiva. Questa cadeva qualche giorno prima di san Pietro a Paolo, compleanno li Le.Bi. e il mio onomastico. Fu la Veglia più movimentata della serie di veglie che facemmo, in tutto il nostro percorso scout. Altre veglie seguirono, ma nessuna eguagliò la “Veglia del mese di Giugno del 1949”. La nostra amicizia si cementò proprio quella notte.
Non voglio commettere un sgarbo al “Custode delle Leggende”.  per “L’avventura della Torre della rotonda dell’autostrada”. Per cui, vi lascio al suo racconto (nel prossimo post)

Presto aggiornamento con le foto tratte dal libro “la Vera Historia” . . .

 

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